E se si chiamasse Giulio?

È vero che sono gli uomini che fanno la differenza, che sono le loro idee i loro “piani” a collocarli tra i santi o tra quelli da bruciare.
Anche se i due opposti parlassero della stessa cosa, chi si fiderebbe di un condannato al rogo?
Proviamo però, per un attimo, ad inserire un elemento di decrittazione e, come si fa in matematica, invertiamo i fattori: Luigi è Giulio e viceversa.
Cosa ci direbbe il risultato?
A fattori invertiti il risultato resterebbe invariato: Santo Giulio al rogo Luigi.
Fatta però la prova del 9 risulterebbe che tutto quanto viene determinato, per effetto dell’inversione, porterebbe a una valutazione sbagliata del risultato in quanto lo stesso, si attribuirebbe al nome (dell’individuo) e non ai fatti (nel senso di realtà). Se è scarsa capacità di giudizio o malafede non saprei, ma il coro sarebbe unanime:
Bravo Giulio!
Peccato che Giulio sia Luigi (peccato per chi non ha capito)!

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Fuori e dentro i sistemi: avidità e conoscenza

A cosa ci porta la lettura contestuale di libri e generi letterari completamente differenti (un triller, Gorky park di M.C.S.; un saggio di politica, Sul fascismo di A. G. e uno di scienze, Il senso delle cose di R. F. se non alla contaminazione e all’incertezza del risultato ma, non all’incertezza dello scopo.

a) Accettare un sistema di regole generato da un meccanismo che non funziona.
Accettare chi, a questo sistema, concorre con la propria opera.
Coloro che sono figli di meccanismi perfettamente regolati e funzionanti ma, ostinati a comportarsi contro, si giudicano “fuori dal sistema”.

b) Gridare: “bomba” non serve per mettere in soggezione quelli che sono fuori. Diffondere le parole chiave del terrore tramite i media, meglio quelli tradizionali raggiungono un numero maggiore di individui inconsapevoli. Se poi i potenziali si fanno sordi alla paura, allora:”Bomba!”

c) non è dato sapere in un sistema conosciuto, quale sarà il passo in cui metterai un piede in fallo.

d) nessun elemento del sistema dato può certificare la correttezza dello stesso. È indecidibile qualunque dichiarazione di correttezza o il suo contrario.

Solo una precisazione: la c) non è direttamente proporzionale a quanto dichiarato in premessa.

La morte può attendere

“…ne gli ingiusti oltraggi ch’io patisco dove bisognava che fosse un animo veramente eroico per non disperarsi, e darsi vinto a sì rapido torrente di criminali imposture, con quali a tutta possa mi ha fatto empeto l’invidia d’ignoranti, la presunzione di sofisti, la detrazzion di malevoli, la mormurazioni di servitori, i sussurri di mercenarii, le contraddizioni di domestici, le suspizioni di stupidi, gli scrupoli di riportatori, gli zeli d’ipocriti, gli odii di barbari, le furie di plebei, furori di popolari…” il 17 febbraio 1600 moriva Giordano Bruno. Mi chiedo per distruggere un’idea si può non ricorrere al fuoco? Basta leggere le parole del filosofo per capire che bruciare vivo è solamente l’epilogo. La morte, civile, morale, ideologica viene decretata prima. I colpevoli, elencati in un elenco minimo dallo stesso, sono tutti coloro che combattono la ragione per perseguire miseri interessi personali o peggio, per miseria d’animo.

Il conflitto e le necessità

Quante volte ascoltiamo discussioni, dalla più impegnata a quelle banalmente ingenue, che non contengano chiavi dialettiche “dirimenti” come: “il tempo che viviamo è più “complicato” di quello andato”; inoltre: “Non è cambiato niente e, niente cambierà”; e chiudo questo circolo dell’ovvio, anche se le “citazioni” potrebbero avere una durata infinita, con la dichiarazione più potente: “… sono tutti uguali”, una formula applicata con molta disinvoltura a tutti i campi possibili (in verità anche in quelli impossibili, come la religione per esempio!).
Non sottolineo, volutamente, la palese contraddizione (tra la prima e la seconda affermazione che spesso viaggiano nella stessa direzione) ma tengo a evidenziare la scarsa inclinazione alla critica (nel senso di analisi) degli eventi, del mondo, che caratterizza una visione dello stesso opaca e ingiustificata, e uno stato di torpore mentale, ideologico, da cui, in nessun caso o, difficilmente, ci potremo tirare fuori.
Come dire, viviamo una sospensione del pensiero che formalizza la “sintesi” come “premessa” del “conflitto” e non viceversa, feroci sostenitori di visioni “a priori” (non quelle Kantiane) dalle quali non si può ricavare la ben che minima, parziale verità.
Senza il conflitto (1), posto come pregiudiziale a ogni comportamento sociale, non c’è concessa nessuna possibilità di connettere gli eventi alla realtà. Si considera tutto come “permanente” a volte “inevitabile”. A che serve, dunque confliggere? <<Tutto ciò che ritenevo impossibile, e che ero stato educato a ritenere impossibile, ebbene, tutto questo è accaduto>> (2).
Tutto ciò a cui ero stato educato!
Educare, quindi, al conflitto?
Senza il conflitto non avremmo nemmeno imparato a leggere, figurarsi, capire ciò che si muove intorno a noi.
Non comprendiamo, appunto!
Ci abbandoniamo al giudizio orfano dell’indagine che, del resto, ci relega nella calda e confortevole “media”, se non fosse che “la media comprensibilità non è che la dimostrazione dell’incomprensibilità” (3), che in questo contesto riferisco all’incomprensibilità del “complesso” che, per comprendere, riduciamo a schema, sintetico e semplice. Quindi facilità d’interazione (essere nella “media”, ci beneficia di un indice d’ascolto maggiore) e certezza di essere capiti (dalla “media”). Aggiungo, di contro, certezza di non capire la realtà dei processi naturali, sociali, economici e se vogliamo esagerare, universali.
Le necessità umane sono ben lontane dall’impegnare a tempo pieno il nostro sistema cognitivo, non è appunto necessario per sopravvivere.
Si preferisce, quindi, invertire la logica (a scapito della verità): dalla sintesi al conflitto, che è lungi dall’essere un processo costruttivo ma, snaturandosi, diventa sterile, inconoscibile e, aggiungerei pericoloso, tranne per la “media” che ha compreso.

Note e riferimenti
(1) Le teorie del conflitto sono come un oceano in tempesta, mentre navigate in solitario. Iniziamo con un articolo di Davide Santoro e occhio alla bonaccia è sempre foriera di tempesta: https://www.google.it/search?ei=y3CFWtTuNMyiwALTjpRw&q=conflitto+psicologia+davide+santoro&oq=conflitto+psicologia+davide+santoro&gs_l=psy-ab.12…26203.30295.0.33889.14.14.0.0.0.0.137.1538.3j11.14.0&#8230;.0…1.1.64.psy-ab..0.8.862…35i39k1j0i22i30k1j33i21k1j33i160k1j33i22i29i30k1.0.PI4FtSDNmCU
(2) Hannah Arendt cita Winston Churchill ne “Alcune questioni di filosofia morale” ebook Einaudi;
(3) Martin Heidegger, “Essere e Tempo” 2006 A. Mondadori editore.

Scegliere il mostro

Un dilemma vecchio come il mondo: combattere il mostro che vive in noi, un dormiente compagno di viaggio, o lottare contro il mostro che, minaccioso, sputa fuoco davanti i nostri occhi.
E se avessimo una sola possibilità, una in tutta la vita, come sceglieremmo.
Quali sono i meccanismi che ci metteno in guardia e ci fanno decidere chi è il nostro nemico?
E se tutti i mostri che ci minacciano dal di fuori fossero nostri figli?

Solo domande, risposte non ne ho.

Ho parlato in altre lingue

Viaggio verso l’oriente mistico
cerco un luogo sconosciuto,
al nord.
Come un antico viandante
seguo la luminosa cometa
immaginata,
sperata.
Abbagliato
nella notte di stelle, tenebre e speranze
incontro all’ignota destinazione illuminata d’illusione.
Rovinate le suole e la mente oscurata
inseguo con primordiale istinto
la culla della prima felicità.

Digressione

Che bella luna

Che bella luna, lei sa tutto.
Che bella luna,
dice Adele guardando il suo cuore che sanguina
solo Lei sa,
che bella luna,
stanotte.
Illumina gli occhi stanchi di chi ha dimenticato
perché possa vedere oltre le onde.
Che bella,
lei sa
conosce la madre della morte,
con lei parla
quando il pianto illude la capacità d’amare.