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Parto dall’ipotesi che in un solo luogo, diciamo pubblico, ufficiale, non si può rincorrere e, quindi, farsi rapire dalla suggestione della verosimiglianza. Sfuggo dalla responsabilità di utilizzare la parola “verità”.
Quel luogo, dicevo, non è che, passatemi il termine, il posto dell’esposizione delle cose, di ciò che si vuol vendere.
La verità si dice che è scomoda, non a caso, lungi dal derivarla dalle “cose esposte” puoi forse trovarla nei luoghi non ufficiali, nei retro bottega, per esempio, dove, se non patisci la scomodità, se hai occhio, potresti trovare quello che cerchi.
È inutile bearsi della verità pronta all’uso, esposta sotto la luce carezzevole dell’accondiscendenza, se cerchi dove l’ammasso confonde il vile (preferisco il giudizio morale contenuto nella parola “vile” che dover rincorrere sostantivi da esposizione), dove si “generano l’archetipo e poi gli esseri concreti”,
lì, se non ti mancherà il coraggio, finalmente saprai che quella che vivi non è la tua vita.

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